domenica 23 gennaio 2011

Accabadora - Michela Murgia

17 Gennaio 2011. Una coppia italiana senza figli del Frusinate viene arrestata perchè due anni fa ha acquistato un bimbo allora di 5 mesi dalla madre naturale, una donna ucraina con problemi economici.
Questo recente fatto di cronaca ricorda l'incipit di Accabadora, romanzo di Michela Murgia vincitore del Premio Campiello Letteratura 2010. Siamo a Soreni, nella Sardegna degli anni '50. Anna Teresa Listru, che da povera si è fatta misera una volta rimasta vedova, cede, o meglio, da' a fill'e anima, l'ultima delle sue quattro figlie, Maria, alla vecchia sarta del paese, Tzia Bonaria Urrai, anch'essa vedova ma senza figli. Il fatto avviene alla luce del sole e si limita ad alimentare i pettegolezzi dei compaesani per poi venire di lì a poco accettato come una realtà di fatto. Il tacito accordo tra le due donne fa di Maria un fillus de anima, cioè un bimbo generato due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità di un'altra.
L'attualità di questo romanzo va oltre il tema della compravendita di un minore, dell'adozione legale o di fatto e della maternità effettiva o mancata. Tzia Bonaria Urrai, infatti, non è solo una sarta e la seconda madre di Maria ma anche e soprattutto l'Accabadora, figura realmente esistita nella Sardegna centro-settentrionale - in Gallura soprattutto - fino al 1952, ossia una donna che, vestita di nero e col volto coperto, su richiesta dei parenti la notte procurava la morte dei malati in agonia, soffocandoli con un cuscino o colpendoli con un mazzuolo, in cambio di prodotti della terra.
L'eutanasia, recentemente riportata all'attenzione dell'opinione pubblica dal suicidio del regista Mario Monicelli, malato terminale di cancro, è un tema estremamente complesso e delicato, che Michela Murgia affronta senza semplificarlo. In questo romanzo l'eutanasia è calata nella cultura della comunità sarda di qualche decennio fa, rurale e perciò profondamente legata alla terra, alla natura e al ciclo della vita, dove ci sono cose che si fanno e cose che non si fanno e dove non trovano posto le categorie 'giusto' o 'sbagliato'. In questo contesto la dolce morte appare come un atto di pietà che rientra nel ciclo naturale delle cose e il non far nulla per alleviare le sofferenze di un moribondo considerato disumano - atto illecito sarebbe parso piuttosto il non fare nulla - . Così come la levatrice, vestita di bianco, aiuta le madri a dare la vita ai figli, così l'accabadora, di nero vestita, aiuta i moribondi a lasciare questo mondo.
Nel personaggio di Tzia Bonaria Urrai coesistono due opposti, due princìpi ultimi, quali la vita e la morte, che fanno capo a due differenti concetti di 'madre'. Tzia Bonaria, infatti, è una vera madre per Maria, che restituisce alla vita prendendola con sè e occupandosi di lei meglio di quanto facesse o potesse fare la madre naturale, ed è anche l'ultima madre, che, con un atto di caritatevole pietà, consegna alla morte chi agonizza, sollevandolo dalle sofferenze dell'ultima ora.
Di fronte all'Accabadore restiamo come la maestra di Soreni, Luciana Tellani. Maestra Luciana è torinese di origine e, pur vivendo da anni a Soreni, rimane una 'del continente' per aspetto, modi e accento.
- E' strano sa, questa cosa del figlio d'anima... - dice Maestra Luciana a Tzia Bonaria.
- Perchè è strano? - il tono di Bonaria era inespressivo.
- Maria non sembra averne affatto risentito. Vede spesso la sua famiglia d'origine?
- Sì, ogni volta che lo chiede. Perchè doveva risentirne?
(...) - Bè, è che mi sembra una cosa così insolita che una bambina venga sottratta... consensualmente, per carità, ma comunque che venga via dalla famiglia così, senza mostrare traumi...
- Non è strano, in questa zona succede ogni tanto, se va a Gennari ci sono almeno tre fillus de anima. (...) Bonaria si fermò per ribadire il concetto: - Non è strano.

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