Il Castello dei Pirenei è un romanzo di Jostein Gaarder, uno dei più noti scrittori norvegesi, con una formazione filosofica e teologica, che deve la sua sua fama e fortuna in patria e non al best seller da 25 milioni di copie tradotto in 50 lingue 'Il Mondo di Sofia', un romanzo sulla storia della filosofia. L'intera bibliografia di Gaarder, che è stato un insegnante di filosofia per dieci anni, è costituita da romanzi filosofici, cioè da opere che hanno la struttura e la forma del romanzo ma il cui contenuto è filosofico, atto allo scopo di divulgare e trasmettere concetti di filosofia. L'idea del romanzo filosofico non è certo originale nel panorama letterario: pensiamo al Candido di Voltaire, La Nausea di Sartre, Lo Straniero di Camus e Alla Ricerca del Tempo Perduto di Proust. Nel caso de Il Castello dei Pirenei, Gaarder intende far riflettere il lettore sui grandi quesiti dell'esistenza su cui l'uomo si interroga da che esiste (Qual è il senso della vita dell'uomo sulla terra? Cos'è la morte? Dio esiste? etc.) In particolare il romanzo porta il lettore a riflettere su quale visione dell'esistenza abbracciare: se quella atea, materialista e razionalista del professore di fisica e climatologo Steinn o quella più religiosa, mistica, che crede nell'occulto e in una qualche forma di rivelazione dell'umanista Solrun. Steinn e Solrun, due cinquantenni che trent'anni prima ebbero una relazione, ora sposati con due figli ciascuno, per caso, per fortuna, per coincidenza o perchè piuttosto esiste una sorta di regìa sottesa agli eventi umani, si ritrovano nella medesima località dove vissero una particolare esperienza legata ad una 'donna dei mirtili rossi' e che segnò la fine del loro rapporto, in un modo misterioso che va svelandosi alla fine del romanzo. In realtà la questione principale non è la contrapposizione tra scienza (Steinn) e mistero (Solrun) ma tra scienza e mistero rivelato. E' nelle rivelazioni, spiega Gaarder in un'intervista, che egli non crede e non ha fiducia. Le due visioni filosofiche contrapposte sono affidate ad uno scambio di e-mail fra Steinn e Solrun, successivo al loro ultimo fortuito incontro e reso da un punto di vista grafico con due caratteri diversi. L'idea delle e-mail è sicuramente originale e al passo con i tempi ma nella prima metà del libro appare davvero poco credibile e un po' troppo forzata: due ex fidanzati che avrebbero più di trent'anni di vita ciascuno da raccontare all'altro passerebbero ore ed ore isolandosi ed estraniandosi dalla loro quotidianità per discutere la loro visione dell'universo o dissertare sul concetto di coscienza? Probabilmente no ma non si può per questa ragione dire che questo esperimento di romanzo filosofico di Gaarder non sia affatto riuscito. La seconda metà del libro, in cui Solrun riporta alla memoria di Steinn la vicenda della donna dei mirtilli rossi e svela il mistero ad essa sotteso è infatti più un romanzo, peraltro tinto di giallo, e appare più riuscita e credibile della prima parte, che è invece quella più interessante da un punto di vista filosofico. I concetti espressi nelle e-mail scambiate tra Steinn e Solrun sono quelli che chiunque abbia minimamente masticato un po' di filosofia, a scuola o da autodidatta, ha già sicuramente incontrato, sia a livello di quesiti, sia a livello di risposte ai medesimi. Personalmente, avendo studiato filosofia al liceo e qualcosa anche all'università, e avendo recentemente letto alcuni dei saggi di Piergiorgio Odifreddi (Il Matematico Impertinente e Le Menzogne di Ulisse sono la mia personalissima bibbia), mi trovo a mio malincuore ad affermare che questo romanzo non mi ha fornito nuovi elementi su cui riflettere ma ha certamente rafforzato certe mie convinzioni sulla condizione umana. Tuttavia, voglio qui riportare una delle riflessioni di Steinn che mi è particolarmente piaciuta, relativa alla coscienza dell'universo. Cioè, se un uomo, come Steinn, ad esempio, esperto di fisica e delle leggi della natura, riflette sull'universo, studia la sua origine ed evoluzione, ed è dunque consapevole della propria esistenza e dell'esistenza dell'universo, è lecito affermare che l'universo stesso ha coscienza di sè. Ma, se l'universo è cosciente, può cessare di esserlo quando l'uomo muore? O esistono altre forme di coscienza dell'universo? O forse l'anima dell'uomo sopravvive al disfacimento del corpo e la coscienza non cessa? Dove la ragione ed i suoi strumenti (matematica, fisica, chimica) non arrivano a fornire spiegazioni, cioè sui due grandi misteri relativi all'eventuale esistenza di una radice o fondamento che chiamiamo Dio e che potrebbe aver 'voluto' creare l'universo, e sulla questione della natura della coscienza, lì solo l'intuizione dell'uomo può arrivare. E solo grazie ad una fuggevole, improvvisa intuizione, Steinn 'sente' di essere stato vittima del più grande inganno del mondo, 'cioè che "io" dovessi essere qualcosa di totalmente scisso da tutto il resto'. ' Si fa strada dentro di me l'idea che sono molto di più di quel miserevole ego per il quale mi sono così tanto preocccupato in passato. Non sono soltanto me stesso. Sono anche tutto l'altopiano intorno a me, tutto il territorio, tutto quello che esiste, dal più piccolo pidocchio fino alle galassie in cielo. Tutto è me perchè io sono tutto questo.'
L'impressione che ho avuto è che l'autore si identifichi in Steinn e che Solrun abbia per lo più il ruolo di chi sollecita certe riflessioni in Steinn, costringendolo a 'tirar fuori' certe verità di cui egli non ha piena consapevolezza. In questo senso trovo Solrun molto socratica, come se utilizzasse il metodo della maieutica. La maieutica (letteralmente, 'arte della levatrice') è appunto il metodo utilizzato da Socrate per aiutare i propri discepoli a 'partorire' la loro verità. Socrate infatti non si pone in una posizione di superiorità rispetto al discepolo nè dunque impone agli altri la verità attraverso l'abilità retorica, come ad esempio facevano i Sofisti, ma, attraverso domande e risposte, porta il discepolo a riconoscere l'infondatezza o la contraddittorietà delle sue affermazioni e convinzioni. In questo modo il discepolo socratico arriva all'umile unica certezza del 'sapere di non sapere' e da lì viene condotto per mano nel processo di dare alla luce le sue verità. Su un altro piano, non solo Steinn è il discepolo e Solrun colei che lo aiuta a guardarsi dentro, ma Gaarder stesso, pur identificandosi ideologicamente con Steinn, ha nei confronti del lettore lo stesso ruolo di Solrun.
Pur non essendo entusiasta di questo romanzo, riconosco a Il Castello dei Pirenei il merito di riuscire a portare all'attenzione del grande pubblico in una forma più godibile rispetto al saggio certe riflessioni che non tutti hanno avuto modo di approfondire e di condurre naturalmente ed inevitabilmente i lettori a confrontarsi con una visione dell'esistenza diversa dalla propria, sia che ci sentiamo ed identifichiamo più in Steinn, sia in Solrun.
Non penso acquisterò Il Mondo di Sofia come pensavo prima di leggere il Castello dei Pirenei, non avendo bisogno dell'ennesimo manuale di filosofia, ma consiglierei vivamente la lettura di questi due romanzi a chi ha intrapreso da poco gli studi filosofici, che a volte nelle scuole appaiono oltremodo ostici, vuoi per l'insegnante, vuoi per il manuale adottato nell'istituto.
martedì 26 gennaio 2010
Il Castello dei Pirenei - Jostein Gaarder
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letteratura nordica
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Devo dire che Gaarder con questo libro mi ha nuovamente stupito, sarà perchè attendenvo un suo libro da tempo, sarà l'averlo conosciuto dal vivo ma ammetto che quest'ultimo romanzo mi è davvero piaciuto e lo consiglio spesso come lettura, o addiritura lo regalo ;)
RispondiEliminaSe ti dovesse interessare:
www.josteingaarder.netsons.org
è il sito che ho fatto io su Jostein