Aveva avuto due mogli; esistevano due bambini; un tempo era stato uno studioso e nell'armadio la sua vecchia valigia era rigonfia, come un coccodrillo squamoso, del suo manoscritto incompleto. Mentre lui rimandava, altri si facevano avanti con le medesime idee.
New York non lo poteva più tenere adesso. Doveva andare a Chicago a vedere sua figlia, affrontare Madeleine e Gersbach. La decisione non fu raggiunta; arrivò da sè.
Dalla codardia, dalla malattia, dalla frode, da un padre arruffone e da una carogna mestatrice, era venuto fuori qualcosa di genuino! Quella sua figlioletta!
Avrebbe potuto sparare a Gersbach mentre, con metodo, aspergeva la spugna gialla del detersivo. Nel caricatore c'erano due cartucce... Ma ci sarebbero rimaste. Herzog lo ammise senza reticenze. [...] Sparare non era stato che un pensiero.
Qualche giorno fa mi trovavo a rileggere la lista dei premi Nobel per la letteratura e in quell'occasione mi sono ripromessa di leggere almeno un'opera per vincitore ogni tanto. Ho deciso di inziare da Saul Bellow semplicemente perchè il premio Nobel
gli è stato consegnato nel 1976, il mio anno di nascita, con la seguente motivazione: 'for the human understanding and subtle analysis of contemporary culture that are combined in his work'.
Tra le opere di Bellow ho scelto Herzog in quanto la critica lo considera il suo romanzo più riuscito, che gli è valso tra l'altro la vittoria dell'International Literary Prize nel 1956, primo fra gli americani.
Non si può parlare di Herzog senza parlare di Bellow stesso poichè il romanzo contiene una forte connotazione autobiografica ed Herzog è una sorta di alter ego dell'autore.
Saul Bellow nacque in una famiglia di religione ebraica a Lachine, vicino a Montreal, in Quebec, nel 1915. Egli era il minore di cinque figli, nati da un uomo poverissimo, rivenditore di cipolle e all'occorrenza contrabbandiere di alcoolici, e
dalla figlia di un rabbino, entrambi originari di San Pietroburgo ed emigrati in Canada nel 1915. Quando aveva nove anni, la famiglia Bellow si trasferì a Chicago, dove Saul crebbe e studiò, non senza difficoltà a causa della povertà che lo costrinse anche ad abbandonare gli studi di antropologia il primo anno, e che sta a Bellow come Dublino a Joice. La capitale del'Illinois di quegli anni accoglieva numerosi immigrati e questo contesto multietnico, plurilinguistico e variegato sotto il profilo culturale contribuì alla formazione del giovane Saul. Dopo la laurea, Bellow insegnò tutta la vita, in diverse scuole: al Pestalozzi-Froebel Teachers College di Chicago fino al 1942, alla University of Minnesota a Minneapolis, alla Princeton University dal 1950, al Bard College di Annadale nel 1953, all'Università di Puerto Rico nel 1961, all'università di Chicago nel 1962 per trent'anni e infine alla Boston University dal 1993 fino alla morte, nel 2005. Bellow ebbe cinque mogli, l'ultimo matrimonio nel 1989.
Herzog è un romanzo epistolare, per la maggior parte costituito dalle lettere che il protagonista, il professore di mezza età Moses Elkanah Herzog, scrive senza spedire ad amici, familiari, anche defunti, personaggi famosi, come il Presidente degli Stati Uniti, e perfino a Dio. Tali lettere riflettono la crisi di mezza età che Herzog sta vivendo, scaturita dalla sua incapacità di portare a termine il suo saggio sul pensiero filosofico del Settencento, con le angosce, paure, preoccupazioni, disillusioni e riflessioni che l'accompagnano. Herzog è appare anche come un lungo monologo interiore, che ricorda l'Ulisse di Joice.
Come Bellow, anche Herzog è un professore emigrato di religione ebraica, cresciuto in Canada ma originario di San Pietroburgo, con due matrimoni all'attivo.
In questo romanzo, come in altri di Bellow, l'azione è secondaria al pensiero. Tutto il romanzo è cioè incentrato su un personaggio protagonista ma le sue azioni sono del tutto secondarie e pressochè inesistenti rispetto alle sue riflessioni, al suo pensiero e mondo interiore, anche e soprattutto perchè Herzog è un uomo fortemente passivo e inetto cioè del tutto incapace alla vita. Herzog è però anche un uomo profondamente consapevole della sua crisi ed inettitudine, che affronta senza fuggire, in una ricerca interiore che lo porta a constatare l'assurdità dell'esistenza, forse il senso di ogni cosa. I primi inetti della letteratura si trovano in autori russi come Turgenev e Dostoevskij; in Italia Italo Svevo ha il merito di aver introdotto la figura dell'inetto nella nostra letteratura e averne fatto un mito accanto al fanciullino di Pascoli, al superuomo di D'Annunzio e al santo di Fogazzaro. La figura dell'inetto è simile anche all'uomo insetto kafkiano ed è presente anche nelle opere di Joyce, Musil, Pirandello e Tozzi. Tutta la letteratura del primo novecento riflette e consacra dunque la contrapposizione ed il superamento dell' eroe romantico borghese sempre libero, attivo, energico, che con la sua intraprendenza, iniziativa e volontà è faber fortunae suae (pensiamo al 'Volli, volli, fortissimamente volli' dell'Alfieri).
All'eroe romantico e al superuomo di Nietzsche e D'Annunzio, si sostituisce progressivamente un uomo piccolo borghese che si dedica all'arte, alla letteratura ad esempio, per compensare la propria incapacità alla vita, una mancanza di volontà
che talvolta rasenta l'abulìa, la passività ripetto al corso che prendono gli eventi della vita e alle decisioni altrui, l'innocente accidia.
Herzog, ad esempio, subisce il divorzio dalla seconda moglie Madeleine, rispetto alla quale si pone in posizione di asservimento, e solo nella sua mente immagina di puntare i piedi e di imporsi nel momento in cui Madeleine gli comunica
la sua decisione di lasciarlo. E quando decide di sparare un colpo di pistola a Madeleine e al suo amante, Valentine Gersbach, e, fuori dalla propria ex casa dove i due abitano, Herzog è pronto a commettere gli omicidi, alla fine rinuncia: 'Sparare è stato solo un pensiero'. Herzog, come altri inetti della letteratura, è fortemente cerebrale, proiettato più alla propria interiorità che a ciò che lo circonda. Egli sente e patisce la propria incapacità a vivere e ne porta tutto il peso; Herzog continuamente si interroga sulla propria condizione, sviscerando tutte le vicende che gli accadono, chiedendo a persone diverse, dalla prima moglie, ai giornali, al presidente degli Stati Uniti, le ragioni di certe scelte, ma senza esigere una vera risposta perchè si tratta di domande pensate e solo scritte sulla carta ma mai spedite ai destinatari.
Ricorre spesso tra i monologhi di Herzog il dubbio di essere pazzo - nevrotico, come si impara a dire dopo l'avvento della psicanalisi freudinana, e dunque il tema della malattia. Herzog, infatti, nelle primissime pagine va dal medico in quanto convinto, a torto, di essere malato. E dal dubbio della pazzia ai temi della vecchiaia e della morte il passo è davvero breve. Ma a differenza di molti personaggi letterari del primo novecento, nemmeno la psicanalisi sembra essere una valida soluzione o mezzo di sopportazione del male di vivere.
Leggo Herzog e penso a Woody Allen, con i suoi film ambientati sempre nella stessa città tanto amata, New York (Chicago per Bellow), e ai suoi personaggi, più o meno autobiografici, intellettuali nevrotici, cerebrali, perennemente insoddisfatti in amore, in analisi per buona parte della vita,che riflettono spesso sulla morte e che fanno tutto questo guardando alla propria condizione con una sottile ironia, lo stesso humour che scaturisce dalle pagine di Herzog.
Nessun commento:
Posta un commento