venerdì 27 novembre 2009

Il Maestro e Margherita – Mikhail Bulgakov

Sono nel mio periodo russo, da qui la scelta di acquistare Il Maestro e Margherita.
Non ho una gran conoscenza della letteratura russa. La scuola superiore italiana ha dei programmi ministeriali che a mala pena riescono a coprire la letteratura italiana fino al primo Novecento, figuriamoci quella straniera. Ho studiato solo la letteratura inglese grazie all’insegnante di lingue del liceo. Il mio primo approccio alla letteratura russa è avvenuto nell’estate successiva alla maturità, quando ho letto I Demoni di Dostojevski. Poi nulla più fino a un paio di mesi fa quando, durante il mio periodo di riposo forzato e cattività domestica, sullo scaffale dei libri del supermercato sotto casa (!) mi sono imbattuta in Anna Karenina di Tolstoj e, sentendomi in difetto per non averlo mai letto, ho affondato il naso nelle sue pagine. A questo proposito vorrei aggiungere che un classico della letteratura, italiana o straniera, è sempre un investimento sicuro quando non ci sono molti nuovi libri o i primi in classifica li si è già letti tutti! E poi li si trova anche in edizioni economiche, dettaglio non trascurabile, per chi, come me, divora uno o più libri alla settimana. Certe novità in libreria hanno dei prezzi spropositati per quello che contengono.
Ma torniamo a Il Maestro e Margherita.
Di questo romanzo non dirò che è il libro della settimana perchè è piuttosto candidato ad essere il romanzo di una vita, tanto mi è piaciuto.
Il libro racconta due storie parallele, una ambientata nella Russia degli anni ’30, e l’altra a Gerusalemme ai tempi di Gesù. Anzi, per essere più precisi, la storia ambientata a Gerusalemme è un romanzo nel romanzo, scritto da Il Maestro e da lui dato alle fiamme e distrutto perchè nessun editore era disposto a pubblicarlo. In esso il Maestro ha riscritto il Vangelo e in particolare la vicenda della condanna di Gesù, Yeshua Honozri, ad opera di Ponzio Pilato, poichè a suo parere la versione del Vangelo di Levi Matteo non risponde alla realtà. E’ proprio la distruzione del romanzo e la sparizione del Maestro, divenuto pazzo e internato in un ospedale psichiatrico, a spingere Woland (ricordate il Faust di Goethe?) a fare la sua apparizione a Mosca, nei panni di uno sconosciuto professore straniero di magia nera accompagnato dal suo bizzarro seguito.
Nella prima apparizione che il diavolo fa agli stagni Patriaršie di Mosca, apprendiamo che lo straniero è un uomo alto, con denti a sinistra di platino e a destra d’oro, la bocca storta, l’occhio destro nero e il sinistro verde, sopracciglia nere ma una più alta dell’altra. Quando si esibisce a teatro nel suo spettacolo indossa una maschera nera su metà volto. Nel libro secondo troviamo una descrizione più completa. ‘Due occhi si affissarono sul volto di Margherita. Il destro con una scintilla dorata sul fondo, che avrebbe penetrato fin nell’intimo qualsiasi anima, il sinistro vuoto e nero, una specie di stretta cruna angolare, un orifizio nel pozzo senza fondo di tutte le tenebre e tutte le ombre. La faccia di Woland era storta da un lato, l’angolo destro della bocca tirato in giù, sulla fronte alta e stempiata erano incise rughe profonde parallele alle sopracciglia appuntite. La pelle del viso di Woland era come se un sole ardente l’avesse abbronzata per sempre.’
Woland si accompagna con un uomo lungo e magro, con un giacchettino a quadretti, berretto da fantino, baffi a penna, occhiali a molla con un vetro che luccica e senza l’altra lente, che risponde al nome di Korov’ev o Fagotto. Egli si presenta in modo diverso a secondo dell’interlocutore: interprete, mago, maestro di cappella, incantatore. Insieme a lui il sicario Azazello, rosso di capelli, con una zanna lucente che gli fuoriesce dalla bocca, la bellissima strega cameriera Hella e Abadonna, il cui sguardo normalmente celato dietro a degli occhiali, uccide. Ma il personaggio che più mi inquieta e che mi è molto piaciuto è Behemoth o Ippopotamo, un gatto dalle dimensioni incredibili, addestrato da Woland, che cammina in modo disinvolto sulle zampe posteriori, viaggia da solo in tram, siede a tavola, mangia con le posate, gioca a scacchi ma soprattutto parla (!). A ben pensarci sulla copertina della mia edizione c’è proprio un gatto nero, che nel nostro immaginario è collegato al male, ma in versione più felina che umana.
La prima cosa che mi ha colpito è l’asimmetria associata al male: tutti i personaggi che seguono Woland e Woland stesso hanno particolari anatomici e del vestiario asimmetrici.
Inoltre è opportuno sottolineare che in realtà è proprio il diavolo a smascherare, punire e a prendersi gioco della meschinità e corruzione della società moscovita. Woland e il suo seguito, infatti, pur desiderando costantemente il male, operano costantemente il bene, come recita l’epigrafe del romanzo e cosa che nel Faust di Goethe il diavolo dice di se stesso. Il diavolo e i suoi seguaci infatti, non solo si fanno vendicatori della buona letteratura, ma si erigono a giustizieri sociali che del Bene puniscono i nemici. Il rapporto tra Woland e Hanozri, dunque, non è da considerarsi antitetico se non sul piano puramente metafisico della lotta fra Bene e Male. Quel che è certo, al di là della demonologia del romanzo, è che i mezzi usati per fare il bene non sono eticamente corretti, anzi a volte il bene è sì fine ultimo ma raggiunto con una leggera spietatezza e imperturbabile crudeltà. Pensiamo all’incendio del Griboedov, sede dell’associazione letteraria MASSOLIT, covo di letterati mediocri, più dediti alla buona cucina che alla buona letteratura, e a quello del raffinato negozio di prelibatezze nel Torgsin sullo Smolenskij, dove si può acquistare solo in valuta straniera – e i poveri nativi russi non hanno la possibilità di acquistare nulla. Se il diavolo è il grande protagonista del romanzo, Hanozri è il grande assente: dopo l’episodio della crocifissione, ne percepiamo sì la presenza ma di riflesso. La ragione è forse essa stessa una prova dell’esistenza di Dio: il Bene esiste in virtù dell’esistenza del Male e del regno delle ombre.
Nel Libro Secondo compare finalmente Margherita Nikolaevna, che il Maestro conosce come Ivanuska. E’ una donna trentenne benestante, infelicemente sposata, con un occhio leggermente strabico (l’asimmetria, di nuovo!) che, prima di cospargersi corpo e viso con la crema magica regalatale da Azazello, ha sopracciglia depilate, capelli ricci neri, un viso stanco e segnato dai pianti e dallo stress causato dalla misteriosa sparizione del suo amante, il Maestro. Grazie alla crema riacquista la giovinezza dei vent’anni, ciglia volte, occhi verdi, capelli lisci, un corpo tonico e forza d’animo, divenendo una strega, con tanto di capacità di volare a bordo di una scopa. Margherita viene infatti scelta da Woland tra tutte le Margherita native di Mosca come dama e padrona di casa per il gran ballo del plenilunio di primavera o ballo dei cento re che annualmente egli indice presso la sua dimora. Al momento di congedarsi Margherita chiede a Woland, come ricompensa per aver accettato il ruolo di Regina della festa, che le sia restituito il suo Maestro subito, in quello stesso istante. Woland acconsente e, appresa la vicenda dei due amanti, restituisce intatto il romanzo di Ponzio Pilato ad uno stralunato e sbigottito Maestro (‘I manoscritti non bruciano’) e acconsente a che i due tornino alla loro vita insieme precedente alla sparizione del Maestro, nello scantinato in cui furono felici. Le due storie, quella antica e quella moderna, scorrono parallele fino al XXVIII capitolo, quando il presente ed il passato, il male ed il bene finalmente si incontrano. Levi Matteo, emissario di Hanozri, che ha letto il manoscritto del Maestro, chiede a Satana che egli prenda con sè il Maestro e Margherita, ricompensandoli con il riposo. I due amanti, i cui corpi continuano a vivere la loro vita, quello di Margherita a casa col marito, quello del Maestro nell’ospedale psichiatrico, ma le cui anime vivono nello scantinato, vengono avvelenati da Azazello, che subito dopo dà loro una vita ultraterrena. Satana, Behemoth, Korov’ev, Azazello, il Maestro e Margherita partono insieme, ciascuno col suo proprio vero sembiante, alla volta dei Monti dei Passeri per incontrare Pilato ed il suo cane Banga e concedergli il perdono. Il perdono è un tema che percorre l’intera opera: oltre a quello di Pilato, anche quello conceso a Frida e al Maestro e Margherita.
I due amanti prendono infine congedo da Woland e il suo seguito per vivere in una casa eterna, in uno spazio sospeso nel tempo e nello spazio, perdendo memoria della loro sofferta vita terrena, in una calma puskiniana.
Dopo aver trascorso tanto tempo su questo libro ma soprattutto su questo post, mi dispiace quasi separarmene! Ma è tempo di passare ad una nuova storia.

Like Pilate, I have a dog
Obeys, listens, kisses, loves

Pearl Jam - Pilate

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